CASSA DEPOSITI E PRESTITI

L’economista Deaglio: modello Francia
«Cdp non può fare solo salvataggi»

TORINO

IN UN DISEGNO «organico» di sviluppo del Paese, Cassa depositi e prestiti può farela sua parte. «Se ne può ampliare il raggio d’azione, sul modello francese – sottolinea Mario Deaglio, economista del Centro Einaudi e professore emerito di Economia internazionale all’Università di Torino –, ma difficilmente potrà essere quello che fu l’Iri. In primo luogo perché, al suo interno, non ha quelle competenze industriali». Professore, tra Iri e Cdp, o almeno quello che la Cassa ambisce a diventare, ci sono similitudini…

«In un certo senso, sì. Entrambi hanno rappresentato la presa di coscienza che le forze del mercato, lasciate a se stesse, non bastano a garantire uno sviluppo socialmente sostenibile. Ma l’Iri aveva una cultura sia finanziaria sia industriale, in quanto all’inizio salvò grandi gruppi, divenendone proprietario. Basti pensare alla siderurgia. Cdp è un braccio finanziario, ma il raggio d’azione può essere ampliato, sul modello della Caisse des dépôts et consignations francese. Che, del resto, è il modello originario di Cdp, fondata nel 1850 dal Regno di Sardegna (l’equivalente francese risale al 1816)».

Il vento politico soffia verso un ritorno dello Stato capitalista. Le privatizzazioni hanno fallito?

«‘Lasciamolo fare ai privati che lo fanno meglio’ ormai non lo sostiene quasi più nessuno, se non un’estrema frangia di liberisti. Per quanto riguarda le privatizzazioni, alcune hanno funzionato, come Telecom, altre hanno mantenuto carattere monopolistico e scarso dinamismo».

Il punto è come e quanta presenza pubblica debba esserci nell’economia…

«Serve un controllo e una linea di indirizzo, altrimenti il mercato si schiaccia sul presente, puntando solo al profitto immediato. Deve però esserci un approccio diverso a seconda dei settori e delle dimensioni aziendali: per le imprese grandi e strategiche per il Paese serve uno sguardo di prospettiva. Per quelle piccole, sono efficaci strumenti come il Fondo strategico italiano, che ne prende una quota di minoranza e le aiuta a svilupparsi».

Va di moda invocare la difesa degli asset strategici nazionali in chiave anti-straniera. Da Fincantieri a Tim, passando per Alitalia. Ma per lo Stato non sempre è un affare…

«Se è solo un fatto di mettere una bandierina italiana, si tratta di un argomento debole. Gli inglesi hanno venduto asset strategici a condizione che la sede sociale restasse in Gran Bretagna, la realtà operativa e le funzioni strategiche. In un’azienda come Telecom vale la pena che lo Stato mantenga una presenza, di certo la guerra tra azionisti non aiuta lo sviluppo dell’azienda».

Pensa che, dopo Tim, Cdpdebba mettere un piede dentro Alitalia?

«Nel quadro globale, Alitalia è diventata da tempo un’azienda relativamente marginale, anche dal punto di vista delle eccellenze tecniche. Ricapitalizzare la società implica un disegno di espansione all’estero coerente con l’espansione generale dell’economia mondiale sui mercati planetari, disegno che al momento sembra mancare del tutto. Inserirla in un gruppo già esistente potrebbe, invece, sviluppare delle sinergie. Una quota di partecipazione di Cdp potrebbe avere senso per rappresentare gli interessi italiani».

Scorrendo le moltissime partecipazioni di Cdp, sembra mancare un disegno organico di sviluppo per il Paese.

«È così. Spesso gli interventi non sono per sostenere la crescita naturale delle aziende ma per salvarle. Non dico che non debba essere fatto, ma non può essere il compito di un soggetto che punta a far evolvere il Paese verso il futuro. C’è poi un altro problema che richiederebbe una politica industriale mirata…».

Quale?

«Mentre noi siamo ancora qui a cercare di fare un governo, prende forma una specie di grande alleanza franco-tedesca che sta costruendo campioni europei in diversi settori. Questo è uno dei motivi per cui serve un governo che si sieda al tavolo e impedisca che ci vengano tolte le pietanze dal piatto».

Alessia Gozzi

 

IL DENARO NON DORME MAI di GIUSEPPE TURAN

FLAT TAX
UNA CHIMERA VOLATA VIA

FRA LE COSE che nel passaggio dalla campagna elettorale al dopo elezioni si sono perse, sembra che ci sia anche la flat tax. Ci tenevano molto, è stato un loro cavallo di battaglia, il centrodestra, e Salvini in particolare. Ma adesso la coalizione di Forza Italia e della Lega sembra fuori gioco, e quindi anche la flat tax. In realtà, non sarebbe mai arrivata comunque. Gli operosi artigiani e imprenditori del Nord forse credevano che per avere una flat tax, al 25% o addirittura al 15%, bastasse fare un governo e poi un bel decreto da convertire in legge. Roba da 60 giorni al massimo. Ma non è così. Non è mai stato così. Le imposte sul reddito devono essere progressive, in Italia, perché sta scritto nella Costituzione. Una flat tax, qualunque cosa ne pensi Toninelli del Movimento 5 stelle, non è progressiva, è il contrario. Infatti l’Istituto Bruno Leoni, che per primo ha elaborato un preciso progetto di flat tax, ottiene la progressività (e quindi il rispetto della Costituzione) attraverso un complicato gioco di deduzioni e esenzioni.

DAI PRIMI CALCOLI, inoltre, poiché il gettito fiscale va comunque a diminuire, sembra che sia indispensabile un taglio alla spesa di una trentina di miliardi. Roba grossa. E quindi da non fare troppo in fretta. Soprattutto non con un decreto, di corsa. Gli esperti dell’Istituto Bruno Leoni avevano calcolato che per fare decollare la flat tax servisse almeno un periodo di 5 anni di intensa attività legislativa e di revisione quasi completa del nostro sistema fiscale e amministrativo. Oggi, però, tutto si può pensare meno che a un governo che abbia la serenità e l’orizzonte temporale per avviarsi lungo una strada così complessa e delicata. Non si farà niente nemmeno delle altre fantastiche promesse ascoltate in campagna elettorale. E per una ragione molto semplice: il bilancio dello Stato italiano è in condizioni tali che non esiste nemmeno un singolo miliardo per fare ‘cose nuove’. Quest’anno ne vanno trovati, di miliardi, per evitare l’aumento dell’Iva e nel 2020, con una crescita più bassa, altri 20. Inoltre i mercati ci tengono d’occhio. Per ora comprano volentieri i nostri Bot a 6 mesi, convinti che non succederà niente, che non faremo follie. Ma sono pronti a farsi da parte, e a lasciarci nei guai, se appena dovessero vedere che ci stiamo dando alle spese come fosse Natale. Si possono avere tante idee, ma se non ci sono soldi…

Di |2018-10-02T09:24:34+00:0002/05/2018|Primo piano|