CARLO ROSA

Dall’Irlanda alla Silicon Valley piemontese
DiaSorin riporta i ricercatori in Italia
«Diagnostica molecolare la nuova sfida»

Giuliano Molossi
MILANO

LA SILICON Valley non è solo in California. Nel settore della biotecnologia c’è un’azienda italiana, la DiaSorin di Saluggia (Vercelli), che sviluppa, produce e commercializza test per la diagnosi di numerose patologie, che gli americani, e non solo loro, ci invidiano. Soprattutto per come riesce ad essere innovativa, per come riesce ad arrivare sul traguardo della ricerca prima e meglio degli altri. E gli altri sono colossi mondiali nel campo della diagnostica medica. Anche i numeri sono significativi: fatturato di 637 milioni di euro, utile netto a 139 milioni, quasi duemila dipendenti, sei stabilimenti produttivi, 119 test venduti a settemila laboratori di analisi nel mondo, ospedalieri o privati. La società, quotata in Borsa dal 2007, ha sottoscritto recentemente due importanti accordi strategici.

UNO con la società tedesca di biotech Qiagen per la diagnosi della tubercolosi latente che consentirà di essere realizzato in laboratorio in tempi molto più rapidi e a costi più contenuti. L’altro con l’americana Meridian Bioscience per la vendita del test ‘Helicobacter pylori’, una delle più comuni infezioni batteriche nell’uomo che colpisce quasi il 50 per cento della popolazione mondiale. DiaSorin e Meridian, a seguito dell’accordo raggiunto, collaboreranno per commercializzare il test negli ospedali Usa. Dei 119 test di Dia- Sorin, 36 sono esclusivi, non li fa nessun altro. Ogni anno, nel mondo, più di 40 milioni di persone testano i prodotti DiaSorin.

I RICAVI della società arrivano per il 43 per cento da Europa e Africa, per il 30 per cento dal Nord America, per il 18,4 per cento dall’Asia (il 10 per cento solo dalla Cina, che è in forte crescita), il 7,4 per cento da Centro e Sudamerica. Il bilanciamento sui mercati permette una crescita stabile della società. Al contrario di molte aziende italiane che delocalizzano, DiaSorin quando decide di chiudere le attività in un Paese all’estero lo fa per venire in Italia. Quando ha chiuso l’impianto di Dublino la società ha ricollocato a Saluggia le ricerche nell’immunodiagnostica che prima venivano fatte in Irlanda.

I PRIMI successi di DiaSorin risalgono agli inizi del Duemila, quando i nuovi soci capiscono che il valore della diagnostica non sta nella macchina ma nella capacità della ricerca di sviluppare test di nuova generazione. E quindi acquistano la piattaforma Liaison (oggi ne hanno 4.000) che era basata su una tecnologia completamente automatizzata, la Clia. Insieme alla macchina comprano trenta test già sviluppati. Quando DiaSorin è entrata nel mondo dei test Clia c’erano già altri player importanti ma la chiave vincente è stata quella di offrire test di specialità che hanno concesso a DiaSorin di diventare partner privilegiato di migliaia di laboratori.

TRA LE MOLTE acquisizioni compiute, quella forse più significativa DiaSorin l’ha fatta due anni fa, quando in California per 300 milioni di dollari ha rilevato un’azienda di diagnostica molecolare. Se con l’immuno-diagnostica un laboratorio trova la risposta di un virus tramite l’anticorpo, con la molecolare riesce a quantificare il dna del virus. E gli utili oggi vengono investiti nella nuova tecnologia della diagnostica molecolare, che rappresenta la nuova sfida della società. Carlo Rosa, 52 anni, è il ceo di DiaSorin.

Dottor Rosa, con quali armi si combatte contro colossi come Roche e Siemens? Puntando, come fate voi, su test di specialità che sono snobbati dai grandi?

«Esattamente. Lei pensi che noi ci scontriamo con società come Roche che in diagnostica fattura oltre 11 miliardi di euro. E’ chiaro che in un panorama competitivo di questo tipo bisogna trovare aree di unicità, altrimenti non si può sopravvivere. E questo è quello che abbiamo fatto, scegliendo aree cliniche snobbate dai grandi e le abbiamo sviluppate».

Un altro vostro punto di forza è l’innovazione?

«Sviluppiamo oltre dieci test all’anno fra immuno-diagnostica e molecolare. La molecolare rappresenta il futuro perché sempre di più l’origine delle patologie si cerca nel codice genetico e per poter fare questo è necessaria una serie di tecnologie che noi abbiamo acquisito comprando una società americana piccola ma estremamente innovativa».

DiaSorin è un’azienda che attrae talenti da tutto il mondo, voi non conoscete la fuga dei cervelli…

«Al contrario di quello che si dice, in Italia ci sono giovani laureati di enorme livello. L’amministratore delegato della società che abbiamo acquistato in California sta assumendo più ricercatori italiani che americani, riconoscendo che la qualità dei giovani ingegneri e chimici che noi produciamo è elevatissima».

DiaSorin è un’azienda italiana che vende i suoi test ai laboratori di tutto il mondo. Come si fa a restare in Italia nonostante non ci siano grandi incentivi da parte dei governi?

«Col programma Industria 4.0 e soprattutto col Patent box è stato fatto uno sforzo vero per premiare chi investe in innovazione. Ma questo purtroppo accadeva ieri. Oggi si parla di interventi sulle piccole partite Iva, ma c’è la sensazione che l’industria debba cavarsela da sola. Lei mi chiede come si fa restare in Italia. Un po’ col cuore, ma bisogna fare molta attenzione. Noi abbiamo sei stabilimenti nel mondo, i Paesi devono essere attrattivi, gli slogan non bastano ».

Di |2018-10-29T16:31:30+00:0029/10/2018|Imprese|