CARLO MOLTENI

Molteni, il colosso dal cuore artigiano
«Col made in Italy arrediamo il mondo»

Giuliano Molossi
GIUSSANO (Monza Brianza)

C’È UNA BELLA immagine in bianco e nero del 1947 che mostra una cinquantina di lavoratori della ditta Arredamenti di Angelo Molteni di Giussano in posa per il fotografo. In mezzo a loro c’è un bambino di4 anni, figlio del titolare Angelo Molteni che, tredici anni prima, aveva iniziato l’attività aprendo una piccola bottega artigianale. Quel bambino non è in braccio al papà, ma è in mezzo ai dipendenti, come fosse uno di loro. Oggi, settantuno anni dopo, quel bambino, Carlo Molteni, è sempre al suo posto, presidente del Gruppo che porta il suo nome. Solo che nel frattempo i dipendenti sono diventati 926 (825 in Italia e 101 all’estero), il fatturato è salito a 309 milioni di euro (+18% di utile netto rispetto all’anno scorso), 4 siti produttivi, 40 flagship store nelle più importanti città del mondo, 80 negozi monomarca. Per dirla con le parole anziché con i numeri, il Gruppo Molteni è tra i leader mondiali nell’arredo e nel design, ambasciatore dell’eccellenza del lifestyle made in Italy. La società è oggi articolata in quattro aziende operative: Molteni&C (mobili per la casa), Dada (cucine), UniFor e Citterio (mobili per ufficio). Da mezzo secolo collabora con i più grandi nomi dell’architettura e del design: Aldo Rossi, Jean Nouvel, Foster+Partners, Renzo Piano, Patricia Urquiola, giusto per citarne alcuni. Un paio di settimane fa a New York, in Madison Avenue, ha inaugurato il primo dei flagship store del Gruppo Molteni, che riunisce tutti i brand della famiglia, un negozio di grande stile ed eleganza progettato dal designer belga Vincent Van Duysen che, da un paio d’anni, è il direttore creativo dei marchi Molteni&C e Dada. C’è tutto: il cliente che entra lì può uscire con la casa completamente arredata.

Presidente Molteni, un giorno lei ha detto che la sua azienda più che un’industria è una sartoria. È un ritorno all’artigianato di grande qualità o significa che il cliente si rivolge a voi perché non si accontenta del prodotto standard e vuole invece qualcosa di diverso?

«Noi ci adeguiamo alle richieste del mercato, è difficile che due mobili siano uguali. Ogni settimana produciamo oltre200 armadi, la sfido a trovarne uno identico all’altro. Non parlerei di ritorno all’artigianato di grande qualità perché, in realtà, non lo abbiamo mai abbandonato, quella è una strada che abbiamo sempre seguito».

La sua azienda sta attraversando un momento molto positivo. Merito del dinamismo delle esportazioni?

«In gran parte sì, perché le esportazioni ormai rappresentano il 75% del fatturato, ma c’è stata anche una buona crescita del mercato interno, quest’anno torneremo ai valori del pre-crisi».

Quali sono i mercati più strategici e qual è il Paese che cresce di più?

«Inghilterra, Stati Uniti, Australia, Far East e Giappone. Ma sono Paesi, come il Giappone appunto, dove, sin dagli anni Ottanta, abbiamo lavorato molto prima come retail e ora anche come contract».

Quando siete entrati nel mondo del contract? Oggi siete fra i leader delle grandi realizzazioni chiavi in mano, alberghi, musei, ospedali. Quanto incide sul fatturato questa attività?

«Siamo entrati nel ’73con una realizzazione per Ibm, 3.000 uffici di UniFor. Con Molteni&C abbiamo arredato interamente il primo albergo nell’86, per un valore di cinque miliardi di lire. Nel caso di Molteni&C, il contract incide per il 40% circa. Nel caso della Unifor l’80%».

A proposito di uffici, non è detto che debbano essere sempre tutti uguali. In cosa si distinguono gli uffici UniFor dagli altri? In cosa sono originali?

«Sono assolutamente tutti diversi. Si distinguono dagli altri perché aderiscono perfettamente alle richieste dell’architetto. Ad esempio, per Bloomberg sono state inventate da Foster delle postazioni di lavoro triangolari che devono salire e scendere. Ma ogni ufficio, anche nella stessa azienda, è differente dall’altro. Ad esempio gli uffici di Bloomberg a New York e a Londra sono due mondi completamente diversi».

Qual è il bilancio dell’ultimo Salone del Mobile?

«Il Salone è una riuscitissima manifestazione, molto ben organizzata, nel 1961 mio padre fu fra i tredici fondatori ,lo dico con orgoglio. L’ultima edizione è andata molto bene, ma oserei dire che il successo del Salone è dovuto alle aziende. Voglio dire che il Salone cresce perché crescono le industrie che ci sono dietro. Milano è diventata grande perché il design fa tendenza. È quiche si fa innovazione di prodotto, non altrove. Il business si fa in Fiera ma anche il fuori salone è importante, è un arricchimento, attira moltissimi stranieri».

Quanto dedicate agli investimenti in ricerca e sviluppo?

«Abbiamo investito 12 milioni, che rappresentano il 4% del fatturato».

Innovazione che significa per voi? Ricerca sui materiali o che altro?

«L’innovazione bisogna farla tutti i giorni a seconda dei mercati. I materiali per il Giappone vanno fatti in un certo modo, negli Stati Uniti è d’obbligo essere green, bisogna adeguarsi alle esigenze dei vari Paesi. Pensi solo alle dimensioni dei letti americani. Grazie alle macchine a controllo numerico, dagli anni Novanta siamo in grado di produrre qualunque tipo di armadio o mobile su misura. Una produzione al massimo della flessibilità che va incontro alle esigenze dei clienti, che sono diverse perché ogni casa è diversa. E questo è stato fondamentale per le nostre esportazioni. Ma le vere innovazioni sono le idee, il fatto di inventare delle soluzioni intelligenti per ogni situazione abitativa che vengano poi rivestite dal nostro stile».

E il rispetto della tradizione in cosa si traduce?

«Tradizione per noi vuol dire ossessione per la qualità. Non saremmo riusciti a crescere così tanto se non avessimo mantenuto sempre una qualità così alta. La bottega artigianale di mio padre Angelo ebbe successo proprio perché lui puntò subito su prodotti di qualità che si distinguessero dagli altri. È sempre stato così, ed è così ancora oggi».

Di | 2018-06-05T15:25:52+00:00 05/06/2018|Primo piano|