Cuore e sogni per conquistare le star
Il viaggio di Benmbarek, artigiano fiorentino

È arrivato in Italia da profugo e ha subito un trapianto da ragazzo

Oggi i suoi giubbotti e gli accessori in pelle sono in tutto il mondo
Li indossano i big da Barack Obama alla Hunziker, da Ligabue a Ruggeri

di Fabrizio Morviducci
SCANDICCI (Firenze)

Come nasce un brand? Ci vuole cuore. E un sogno coltivato quando tutto sembra impossibile. Ma, in mezzo al mercato globalizzato delle griffe mondiali della pelletteria, ci vuole anche un miracolo. Quando ha fatto nascere Benheart, Hicham Benmbarek Sheraian (nella foto) 37anni ci ha messo tutta la determinazione che aveva. Era in un letto d’ospedale dopo un trapianto di cuore, cercava una via di fuga da quella difficile realtà. E il miracolo si è realizzato. Oggi i suoi giubbotti e accessori in pelle sono in tutto il mondo. Indossati dai divi del rock, dagli attori, sono un ‘must have’, oggetti iconici. E Hicham può raccontare una storia di successo imprenditoriale che da Firenze ha varcato l’oceano e sta arrivando nelle principali capitali mondiali.
Come le è venuto in mente di fare pelletteria?
«A 23 anni ho subito un trapianto di cuore. Sono rimasto sette mesi in ospedale. Dovevo stare fermo, non potevo fare sforzi a rischio della vita. Ho cominciato a sognare a occhi aperti; era l’unica cosa concessa. Volevo un mio marchio, una mia attività. Non pensavo neanche ai problemi e agli ostacoli che avrei incontrato nel cammino. Avevo una volontà pazzesca di realizzare quello che avevo sognato; c’era una parte di me che pensava non ci sarei mai riuscito. Ma l’altra parte di me è stata più forte. Ho cominciato con una piccola bottega nel centro di Firenze. Un posto con una visibilità incredibile: ho messo un tavolo da lavoro, gli attrezzi, il cuoio fiorentino. Da quella strada passa il mondo intero. E piano piano la gente si è innamorata della manualità che esponevo. L’hanno fatto sapere in giro».
Raccontano che lei curi il rapporto con le persone in maniera quasi familiare.
«Ho avuto l’onore di incontrare personaggi famosi. Ho potuto donare uno dei miei capi a Barack Obama, indossano i miei giubbotti Michelle Hunziker, Luciano Ligabue, Enrico Ruggeri. Abbiamo avuto visibilità anche grazie a questo. Ma anche perché io mi sono sempre rifiutato di vendere su Internet. Voglio che le persone entrino nei miei negozi a toccare la pelle, si lascino consigliare e ancora si appassionino al lavoro e alle modalità di una volta ».
L’artigianalità come segreto del successo. Ma come si fa a crescere?
«Mantenendo principi saldi, la squadra coesa e la filiera produttiva. Siamo in 34 a lavorare al progetto Benheart. L’indotto è di circa 250 famiglie. Sono i contoterzisti che lavorano alla produzione di giubbotti, scarpe, accessori. Abbiamo 13 negozi in Italia e nel mondo (Riad, Kuwait City, Strasburgo, Tokyo). Il nostro sogno che si realizza è il negozio che abbiamo aperto il 17 dicembre a Beverly Hills, insieme all’attrice Katherine Kelly Lang (la Brooke Logan della soap Beautiful ndr). Mi fa un certo orgoglio avere l’insegna Benheart Firenze; in più uno dei nostri artigiani fiorentini si è trasferito definitivamente negli Usa per seguire quel mercato».
Altri ‘sogni nel cassetto’?
«Vogliamo crescere ancora: a giugno prossimo, apriremo a Montreal; il fatturato 2019 sarà di 7,5 milioni di euro, secondo il business plan, vorremo arrivare a 10 nel 2020 e 15 nel 2021. Lavoriamo per questo. La produzione resterà tutta nella nostra regione, principalmente a Scandicci»
Scandicci è la capitale europea delle grandi griffe, ma soprattutto il suo comune d’adozione
«Sono nato in Marocco, arrivato in Italia da profugo. Ero bambino; a Scandicci sono andato a scuola, poi ho iniziato a lavorare, mi sono trovato sempre bene. Qualche giorno fa a Palazzo Vecchio ho ricevuto il premio più bello della mia vita come imprenditore fiorentino».