BUSINESS INNOVATIVI

Del Rio, l’angelo delle startup
«Il successo? Non basta l’idea
Servono un team e basi solide»

Giuliano Molossi

PARMA

GLI AMICI dicono che quando si mette lo smoking è il sosia di Daniel Craig nei panni di James Bond, l’agente 007, e non hanno torto. Mauro Del Rio, 54 anni, di Sant’Ilario d’Enza, a metà strada fra Parma e Reggio, è l’imprenditore che prima e meglio di molti altri ha capito le potenzialità della rivoluzione tecnologica e, in tempi non sospetti, ha intuito le sorprese che ci avrebbe riservato il futuro. Nel ’99 fondò dal nulla un’internet company, Buongiorno, che nel giro di pochi anni diventò una multinazionale nei servizi di intrattenimento e pagamento per la telefonia mobile e, nel 2012, è stata acquisita per 300 milioni di dollari dal colosso della telefonia giapponese, Docomo. Di questa stessa azienda oggi Del Rio è il presidente del board della filiale londinese, la Docomo Digital limited, curando in particolare lo sviluppo del mobile payment, le transazioni su cellulare che sono in crescita formidabile in tutto il mondo. Entro il 2020, Docomo Digital punta a far accedere 5 miliardi di persone per transazioni finanziarie sulla sua piattaforma.

Ingegner Del Rio, tutto cominciò una mattina del 1995…

«Esattamente il 18 ottobre del ’95 quando inviai la prima newsletter ai miei amici, un augurio di buona giornata, il Buongiorno appunto, con un giochino, una barzelletta… La società nacque quattro anni dopo».

Nei giorni scorsi lei ha postato su Instagram una foto e la didascalia diceva: “Buonanotte, il party di addio di Buongiorno”. Cosa ha significato per lei la fine di questa avventura imprenditoriale?

«È stato un momento agrodolce, come l’ultimo giorno di scuola con gli amici del liceo».

Possiamo dire che ha voltato pagina. Cosa c’è in quelle nuove?

«Mi occupo di varie cose, sostanzialmente tre. La prima, il mio incarico principale, è quello di presidente della Docomo Digital. La seconda è la holding Capital B!, un veicolo di investimento in tecnologia, arte e musica. La terza è Bdc 28, la società che ho con mia moglie: abbiamo ristrutturato una chiesa sconsacrata di Parma e l’abbiamo trasformata in un centro per la produzione e valorizzazione di arte contemporanea».

E le startup?

«Sono fra i miei interessi principali. Da un lato, Docomo digital investe in startup e, come presidente, guido l’iniziativa di B-ventures, un acceleratore di società innovative nell’ambito del mobile payment. Dall’altro, lo faccio con Capital B! , gli investimenti in tecnologia sono in startup».

C’è chi ha detto che chi crea oggi una startup può far diventare un’autostrada a 4 corsie ciò che oggi non è che un sentiero. È così?

«È una visione ottimistica, però credo che sia finita l’epoca romantica delle startup, il modo spontaneistico di crearne una: ho un’idea su internet, trovo il finanziatore… Ecco, è un ciclo che si è chiuso».

Se quello si è chiuso, qual è il ciclo che si apre ora?

«La startup del futuro è quella che ha un’idea geniale, ma con una base scientifica molto solida».

Cosa conta di più per aver successo?

«La cosa principale è che l’imprenditore formi una buona squadra».

Torniamo al boom dei pagamenti su mobile. Nel mondo 6,8miliardi di persone possiedono un cellulare ma solo uno su tre ha un conto in banca. Presto anche in Italia pagheremo tutto col cellulare, dal biglietto del tram in su?

«Il contante sparirà progressivamente, prima nelle grandi città. Nel mondo anglosassone ci sono grandi retail che, da tempo, hanno adottato con le banche questa forma di pagamento».

Quali sono le sue passioni quando il cellulare è spento?

«La buona musica elettronica, lo champagne, ma quello dei vignerons indipendenti che producono solo con uva del proprio vigneto, lo sci, i viaggi, la fotografia, l’arte contemporanea».

Per non parlare del calcio. Lei è stato, insieme a Guido Barilla,Marco Ferrari e ad altri imprenditori, artefice della rinascita del Parma….

«Sì, certo, è uno degli investimenti di Capital B!. È stata una bella avventura, abbiamo avuto la fortuna di trovare, al momento giusto, un imprenditore cinese solido e capace».

 

Marketing Raccontare le società 4.0: un lavoro per ’to Effect‘

MILANO

UN NUOVO MODO di comunicare, più pratico, fluido e flessibile. Un team di professionisti giovani (la media d’età è inferiore ai 40 anni) capaci di declinare le esigenze delle aziende in strumenti di storytelling. Sono gli ingredienti di ‘to Effect’, una dinamica realtà italiana – ma con diramazioni all’estero – che inaugura un nuovo modello di business communication: tutti i collaboratori partecipano alla compagine sociale e i progetti sono gestiti in smart working, aumentando l’efficienza. Fra i focus principali c’è il mondo delle startup: to Effect vuole essere la prima realtà di comunicazione integrata a servizio dei business più innovativi. Grazie a un network di professionisti in diversi Paesi europei e a un focus su innovazione, creatività e tecnologia applicate all’impresa, l’agenzia è in grado di aiutare le giovani aziende a sviluppare un’idea brillante per un business vincente.

«TO EFFECT è una agenzia nata per colmare un vuoto: aiutare le imprese ad affrontare le sfide della comunicazione nel terzo millennio – sottolinea Fabrizio Checchi, 42 anni, ceo della neonata agenzia, che ha iniziato a lavorare come giornalista occupandosi di web e Ict fin dal 2000 –. Il modo di comunicare, infatti, è radicalmente cambiato negli ultimi dieci anni, ma la maggior parte delle società di consulenza non sembra essersene accorto. Ognuno dei nostri professionisti è specializzato in uno o in più settori della comunicazione e concorre alla realizzazione dei progetti che ci sono affidati. L’integrazione differenziata rappresenta il core della nostra proposta di comunicazione e assicura slancio creativo e tempi di lavorazione rapidi»

Di |2018-10-02T09:24:35+00:0023/04/2018|Imprese|