Boom del risparmio gestito
Un tesoro da 2mila miliardi

Vale metà della ricchezza finanziaria degli italiani

Molti risparmiatori per cercare alternative ai meno generosi Bot, Cct o Btp
hanno scelto fondi d’investimento e altri prodotti di asset management

di Andrea Telara
MILANO

Più di 2.275 miliardi di euro, che corrispondono a quasi la metà della ricchezza finanziaria complessiva degli italiani. E’ il valore dell’industria italiana del risparmio gestito, un settore che ormai rappresenta un solido pilastro dell’economia nazionale. Da dieci anni a questa parte, nonostante il pil italiano non viaggi proprio con il turbo, il settore del risparmio gestito (in inglese asset management) sta attraversando una lunga stagione di crescita, forse la migliore della sua storia. Paradossalmente, è stata proprio la crisi economica del 2008 a dare una spinta propulsiva all’asset management made in Italy, per una serie concomitante di fattori. Per fronteggiare la recessione, infatti, le banche centrali di tutto il mondo, compresa l’europea Bce, hanno progressivamente abbassato i tassi d’interesse portandoli addirittura sotto zero, cosa impensabile fino a qualche anno fa. I tassi in picchiata hanno fatto inabissare i rendimenti dei titoli di stato e delle obbligazioni, due categorie di strumenti finanziari che hanno sempre trovato grande spazio nel portafoglio degli italiani.
E così, per cercare valide alternative ai vecchi e sempre meno generosi Bot, Cct o Btp, molti risparmiatori del nostro Paese (e non solo) si sono indirizzati verso i fondi d’investimento e verso gli altri prodotti dell’asset management, compresi quelli che investono in azioni. Un contributo a questa migrazione è stato dato ovviamente anche dalle banche e dai consulenti finanziari, che hanno fatto presente alla clientela desiderosa di rendimenti la necessità di abbandonare le obbligazioni e i Buoni del Tesoro. Per questo il settore del risparmio gestito ha raccolto nell’ultimo decennio decine e decine di miliardi.
L’anno d’oro per il settore è stato senza dubbio il 2017 quando i flussi di raccolta netti, cioè il valore dei nuovi risparmi affluiti sui fondi e sulle altre gestioni, ha superato la soglia record di 100 miliardi di euro nell’arco di 12 mesi. Poi, nel 2018 c’è stato un netto rallentamento e la raccolta è scesa a circa 7 miliardi. Il 2019, invece, si chiuderà con un saldo positivo di quasi 60 miliardi anche se il dato è dovuto per lo più a ragioni straordinarie: nei mesi scorsi, infatti, il gruppo Poste Italiane ha conferito il mandato alla propria società di gestione per amministrare il patrimonio facente capo alla divisione Bancoposta. Dunque, un patrimonio di ben 53 miliardi di euro è entrato dentro il perimetro del risparmio gestito nazionale, mentre prima era classificato come asset finanziario di altra natura.
Al netto di questa operazione tecnica, la raccolta netta dell’asset management nazionale a fine 2019 sarà probabilmente positiva per 6-7 miliardi di euro. Si tratta di un risultato non esaltante rispetto al 2017 ma comunque largamente positivo. Il risparmio gestito, insomma, è un settore ancora in crescita e ha buone chance di continuare su questa strada, se i tassi d’interesse rimarranno a lungo inchiodati ai minimi storici come prevede gran parte degli analisti.
A rovinare la festa potrebbe esserci una fase negativa dei mercati finanziari, che di solito spaventa gli investitori e li spinge a ritirare i soldi o a tenerli lontani dai fondi e dalle gestioni patrimoniali. Più che l’andamento della raccolta, però, sono altri i fattori che oggi pongono le società di gestione del risparmio (sgr) di fronte a diverse incognite. Secondo diversi osservatori, infatti, in futuro l’asset management continuerà a crescere nel patrimonio in gestione ma non rappresenterà più quella macchina da soldi di prima, capace di macinare ricavi e profitti. Un report della nota società di consulenza McKinsey, per esempio, ha fatto una stima sul totale degli utili che saranno realizzati nel corso dell’intero 2019 in tutto il mercato europeo.
I profitti complessivi delle società di gestione del Vecchio Continente saranno pari a 17,5 miliardi di euro, in linea con quelli del 2018 e in calo rispetto al record di 18,1 miliardi del 2017. Il ciclo crescita dei margini di guadagno delle sgr sembra dunque giunto al capolinea. La ragione è che anche nell’industria dell’asset management si stanno facendo strada i prodotti low cost come gli Etf (exchange traded fund), fondi d’investimento facilmente negoziabili in borsa come le azioni, che hanno costi e tariffe ultra ridotte.