Brindisi spumanti a un anno d’oro
Non è festa senza bollicine italiane

Export record nel 2019: 6,36 miliardi, crescita del 2,9%

Il Belpaese al secondo posto tra le superpotenze enologiche, dietro alla Francia e davanti alla Spagna

di Lorenzo Frassoldati
TREVISO

Arrivano i primi brindisi ‘Unesco’ con le bollicine del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG. Le bollicine italiane più famose al mondo ( e le più esportate) brindano a un 2019 davvero spumeggiante. «L’eccellenza qualitativa della vendemmia 2019 ci premia per la fatica di un anno intero ed è il coronamento di un percorso fatto di successi che hanno avuto eco internazionale: a partire dal riconoscimento Unesco, passando per i cinquant’anni della denominazione fino al no al glifosato, che ci ha reso la zona più estesa di Europa a rinunciare al noto fitofarmaco », esulta Innocente Nardi, presidente del Consorzio di Tutela del Conegliano Valdobbiadene Prosecco. Ma è tutto il mondo della spumantistica italiana (dalle zone tradizionali del Metodo classico come Franciacorta, Alta Langa, Trentodoc, Oltrepò pavese ai territori emiliani delle bollicine del Lambrusco o del Pignoletto) a celebrare le feste di fine anno al termine di un anno che vede il record storico dell’export enoico nazionale a 6,36 miliardi di euro, con una crescita del 2,9% sul 2018.
Un quadro che consolida il vino del Belpaese al secondo posto tra le superpotenze enologiche mondiali (la Spagna, terza, perderà quasi il 7%) ma che lo allontana da una Francia sempre più leader grazie a un balzo commerciale quasi dell’8 per cento e un export che supera per la prima volta la soglia psicologica dei 10 miliardi di euro. Nei trent’anni e più trascorsi dallo scandalo del vino al metanolo (1986) il vino italiano ha fatto passi da gigante scommettendo sull’identità, sul territorio, sulle certificazioni d’origine, sulla sostenibilità dell’ambiente e del paesaggio.
L’Italia è oggi prima in Europa per numero di vini con indicazione geografica con 527 riconoscimenti comunitari: 75 Docg; 334 Doc; 118 Igt. L’emblema del successo del vino italiano è rappresentato dall’export che oggi vale circa la metà dell’intero fatturato complessivo del settore che è di 13 miliardi circa. Nonostante le incognite sui dazi, la Brexit e le flessioni economiche, cresce la fiducia delle grandi aziende italiane del vino per il 2020. Lo rileva un’indagine sugli stakeholder realizzata dall’Osservatorio Vinitaly- Nomisma Wine Monitor per wine2wine, la due giorni di formazione e networking per gli operatori targata Vinitaly. Secondo i dati dell’Osservatorio, le 13 top aziende intervistate (1,7 miliardi di euro di fatturato complessivo e 1 miliardo di euro di export) ritengono sostanzialmente positivo l’anno che verrà. L’export registrerà un ‘aumento contenuto’ (da +2% a +5%) per la maggioranza del campione (54%).
Il registro nazionale dei vitigni coltivati comprende più di 500 varietà da cui si producono migliaia di tipologie distinte di vini. Questa biodiversità produttiva sta diventando, se ben comunicata e promossa, uno dei fattori di successo sui mercati internazionali. Le tre regioni italiane maggiori produttrici di vino sono il Veneto (21,6% della produzione nazionale), la Puglia (17%), l’Emilia Romagna (16,2%) e la Sicilia (10%). La Sicilia, con i suoi 97 mila ettari di vigneto, è la regione con la maggiore superficie di terreni vitati e anche di superfici a conduzione biologica. Le regioni che tradizionalmente guidano l’export di vino italiano sono: il Veneto, dove il Prosecco fa da locomotiva, il Piemonte e la Toscana, con i grandi rossi di territorio.

Coltiviamo il futuro

Viticoltura e territorio:
un binomio indissolubile

di Davide Gaeta

Tempo di bilanci anche per il più affascinante dei prodotti dell’agroalimentare italiano, il vino. Il 2019 si chiude controverso, con segnali positivi ma qualche nuvola, specie nelle esportazioni. Provando a sintetizzare alcuni dati che riportano le principali ricerche su comportamento all’acquisto, un risultato in particolare merita di essere ricordato. Seppure i consumi nella grande distribuzione mostrano una leggera flessione in termini di volume, salgono invece in termine di valore e soprattutto mostrano una netta preferenza per territorio e relative Denominazioni. Il consumatore, quindi, quando sceglie, utilizza come parametro per l’acquisto con larga prevalenza l’origine del vino, segnalato dal marchio collettivo della denominazione e il prezzo, come segnale di qualità. Si tratta di due considerazioni interessanti perché testimoniano non solo che la maggior parte degli intervistati ritiene decisivi questi due parametri nella scelta ma che solo la minoranza considera decisive le promozioni ed i prezzi scontati.
Una conferma molto importante per tutti i produttori: puntare sul territorio e far crescere la notorietà delle Denominazioni accanto ad un’altrettanta necessaria promozione del marchio aziendale. Un binomio che è ben chiaro al consumatore, malgrado la difficoltà a muoversi nel labirinto delle tante etichette che si trovano sugli scaffali; ma forse proprio questa ricerca è la parte più affascinante della scelta. Un consumatore esploratore, insomma, che studia, soppesa ogni informazione, valuta con attenzione e passione. Anche perché, come noto, si riducono i consumatori quotidiani ma crescono le occasioni conviviali e con esse il livello qualitativo dei vini consumati. Così, gli inviti a casa diventano non solo occasioni frequenti per regalare un buona bottiglia ma spesso l’argomento stesso di conversazione, dove si racconta territorio, passione, storie e cuore dei produttori.

Davide.Gaeta@univr.it