Poche feste per i suoi 60 anni
Più grande, ma più fragile
l’Unione si salva a due velocità

Antonio Pollio Salimbeni

BRUXELLES

NON è ancora chiara la formulazione precisa del messaggio che i 27 capi di Stato e di governo lanceranno a Roma il 25 marzo, ma i termini generali del contenuto sono già noti: da un lato ci sarà il richiamo all’unità dei ventisette ‘azionisti’ dell’Unione europea (non c’è il Regno Unito), dall’altro lato ci sarà la porta aperta, o chiusa, all’opzione che viene comunemente chiamata Europa a varie velocità, a cerchi concentrici, a geometrie variabili che dir si voglia. Questa seconda scelta, in base alla quale gli Stati che vogliono integrare politiche, modalità di decisione e risorse finanziarie più strettamente possono farlo, ma l’asse principale del- la Ue resta a 27. È un’opzione, non una strategia alternativa, dunque. Formalmente non c’è nulla di nuovo: quelle che in gergo vengono chiamate cooperazioni rafforzate sono previste dal Trattato Ue e sono già praticate: brevetto unico, divorzio per le coppie transnazionali, regime di proprietà delle coppie internazionali. E poi ce n’è una in faticosissima gestazione sulla tassa sulle transazioni finanziarie. L’Italia partecipa a tutte. Poi, ancora, c’è il livello dei trattati stipulati tra i governi, come quello dell’area Schengen sulla libera circolazione tra le frontiere (attualmente in versione ridotta a causa della decisione di arginare l’afflusso degli immigrati extraeuropei). Per non parlare dell’Unione economica e monetaria, nata con il Trattato di Maastricht, il caso di condivisione più larga e profonda gli Stati membri (ora 19), caso unico al mondo: si tratta di Stati sovrani che fanno battere moneta alla Bce, il solo vero organismo federale europeo, senza essersi a loro volta federalizzati. Infatti, non condividono integralmente le scelte di bilancio, di politica economica, fiscale e sociale. Questo è il limite, il fattore che rende fragile la zona euro. Sul tavolo ci sono cooperazioni su sicurezza (interna ed esterna, alle frontiere), difesa, forse politiche sociali per affermare un nuovo modo di governare la globalizzazione. Oltre al rafforzamento della zona euro. La questione dell’equilibrio dell’«unità nella diversa velocità» è quella sulla quale hanno litigato parecchio i capi di Stato e di governo 10 giorni fa a Bruxelles, quando esplose la divaricazione tra un gruppo ampio di paesi dell’Est e il resto dei 27.

È LA nuova linea di faglia della Ue nell’era della Brexit. Da una parte il gruppone Germania-Francia-Italia-Spagna più il Benelux, Austria, Portogallo, Grecia sul carro. Dall’altra parte il fronte dell’Est che fa perno sul quartetto di Visegrad (dal nome della città in cui nel 1991 si sono riuniti): Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca. Si aggiungono Bulgaria e Romania. Temono di essere marginalizzati, di subire la redistribuzione dei rifugiati siriani per evitare il rischio che magari si asciughino i rubinetti dei fondi europei, di perdere i vantaggi dei loro standard sociali e fiscali più bassi.

A EST LA propensione e la pratica neonazionalista da tempo fanno premio sulle strategie comuni, tra il profilo autoritario della Polonia, spesso in contrasto con i principi fondamentali dell’Unione, e le provocazioni dell’Ungheria, gli attacchi alla Commissione di cui si vuole ridurre il ruolo (ma in Germania il ministro delle Finanze Schaeuble non pensa cose diverse sulla Commissione), l’accento sulle convenienze di stare nella Ue e mai sui fattori di responsabilità e valori comuni. Tutto ciò aggravato dal fatto che via Londra, campione della sovranità nazionale per eccellenza, questo fronte perde una copertura dietro la quale spesso si è riparato per frenare questa o quella decisione verso una maggiore integrazione.

NATURALMENTE lo scenario è complicato dal fatto che la stessa unione monetaria ha non pochi problemi. Il vizio di fondo è la sua incompletezza che ne rende incerte le prospettive, fragile la stabilità come più volte è emerso in questi anni con la crisi greca e del debito sovrano. «Avanzare l’integrazione tra alcuni Stati solleva dubbi sulla coesione della Ue e si tratta di preoccupazioni che vanno gestite: per esempio una integrazione bancaria più spinta nella zona euro potrebbe ridurre l’integrità del mercato unico producendo un cuneo tra i paesi euro e i paesi non euro», sostiene il direttore del centro di ricerca Bruegel Guntram Wolff. Il quale aggiunge: «Il vero problema sarà evitare una risposta ostile da parte di coloro che non sono inclusi» nelle cooperazioni rafforzate. Occorrerà molta buona volontà «per minimizzare le frizioni». Buona volontà che appare esserci, adesso, solo a parole. Comunque, il 2017 non sarà anno di decisioni.


Celebrazioni Il 25 marzo a Roma in Campidoglio

ROMA

«EUROPA unita. Un paese giovane dove diventare grandi». Lo slogan al termine di uno spot acqua e sapone messo in onda dalla Rai per i 60 anni dei Trattati di Roma. Pochi giorni ormai alle celebrazioni. Ecco, per chi vorrà seguire il programma della giornata, che scoccherà sabato 25 marzo. Alle 10 a Roma presso il Palazzo dei Conservatori in Campidoglio, dove i Trattati furono firmati nel 1957, si terranno le celebrazioni del 60° anniversario della firma dei Trattati che dettero vita alla Comunità Europea. Prima i capi di Stato e di governo e i vertici delle Istituzioni europee faranno la foto opportunity dell’arrivo in Campidoglio. Poi l’avvio della cerimonia; sarà consentito l’accesso a fotografi e giornalisti accreditati per le foto delle personalità presenti. Le celebrazioni dureranno un’ora. A mezzogiorno conferenza stampa del presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, del presidente di turno dell’Ue e dei vertici delle Istituzioni Europee.