BEVANDE ANALCOLICHE

L’estate scalda il mercato
delle bevande analcoliche
Ma servono nuove idee ‘green’

Fabrizio Marchetti
ROMA

E’UN MERCATO maturo che risente delle temperature e paga molto la sempre maggiore attenzione alla salute che spinge i consumatori a ridurre i consumi di bibite contenenti zuccheri. Più fa caldo e più si beve e così le fluttuazioni sono anche marcate di anno in anno. Ma se le acque minerali in Italia continuano il loro boom (30 per cento di tutto il mercato dell’Europa occidentale), le bevande analcoliche stanno perdendo volumi di vendita nonostante gli sforzi dei produttori per adeguarsi ai mutati trend d’acquisto. Meno 4 per cento nell’ultimo anno. Meno 25% dal 2009 a oggi per un giro d’affari di 4.9 miliardi di euro secondo Assobibe, l’associazione degli industriali delle bevande analcoliche. In totale, compresi i succhi di frutta, 6 miliardi di euro.

VENDITE che comunque rappresentano per lo stato entrate fiscali e contributive per quasi 3 miliardi l’anno. Ogni anno (fonte Beverfood) in tutto il paese ne vengono consumati 3820 milioni di litri, 64 litri pro capite, 3.055 milioni di bibite lisce e gassate e 765 di succhi e bevande alla frutta. Valori che pongono il mercato italiano negli ultimi posti nella classifica dei consumi pro capite dei Paesi Ue. Un settore che in Italia conta 80 aziende con 100 stabilimenti distribuiti in tutta la penisola che producono e commercializzano bibite gassate, aperitivi analcolici, energy e sport drinks, the pronto e bevande di ogni genere.

GASSATE oppure lisce, a base totalmente vegetale o aromatizzate. Sugli scaffali della grande distribuzione si può trovare di tutto. Da quelle più tradizionali che rivivono una seconda giovinezza come il chinotto, la cedrata o le tisane fredde a quelle più trendly come il latte di mandorla, l’acqua di cocco e le bevande a base di aloe. Quasi superfluo sottolineare che la parte del leone, è appannaggio incontrastato della Cola, la regina delle bibite gassate. La bevanda più conosciuta e storicamente più massicciamente promossa attraverso gli investimenti pubblicitari rappresenta il 50 per cento delle vendite del totale sode, seguita a grande distanza dall’aranciata con il 17% e poi da tutte le altre bibite, comprese le lemon-lime e le gassose. Aperitivi e toniche sono il 3 % delle vendite ma la quota di mercato in termini di valore è più alta essendo maggiore il prezzo unitario al litro.

«NONOSTANTE una contrazione dei consumi – spiega David Dabiankov, direttore generale di Assobibe – siamo un settore molto dinamico e flessibile che compie i massimi sforzi per andare incontro alle mutate esigenze dei consumatori con una continua innovazione sulle ricette. Le nostre aziende – continua Dabiankov – fanno tantissima ricerca e investono molto sull’innovazione per limitare l’impatto calorico e ambientale del nostro prodotto con novità sulle tipologie di packaging». E questo perché sono essenzialmente due i nemici delle bibite gassate: gli zuccheri e la plastica. In soldoni se il mercato non tira più come prima è perché i consumatori cercano bevande sugar free e che possibilmente non abbiano contenitori che inquinano o che sono difficili da riciclare. Poi c’è il fisco con l’Iva al 22 per cento, superiore di molto alla media europea, che limita gli acquisti per un prodotto che, tutto sommato, nel carrello della spesa è sempre molto gradito ma non è mai indispensabile.

Coltiviamo il futuro di DAVIDE GAETA
CREARE VALORE CON L’AGRIBUSINESS

IL SISTEMA agribusiness italiano, valutato nel complesso delle sue filiere, vale oltre 200 miliardi di euro e quindi pesa per oltre il 10% del Pil. Il suo impatto occupazionale è altrettanto importante. Oggi più di 1,4 milioni di addetti lavorano a vario titolo nel sistema dell’agricoltura e della trasformazione. Considerando che proprio l’occupazione è una grave criticità del nostro Paese, l’agribusiness italiano ha non solo retto nel tempo, ma negli ultimi cinque anni ha registrato un dato in continua crescita. Naturalmente la parte preponderante di occupati è nella fase agricola della filiera mentre l’industria assorbe meno di un terzo del dato complessivo. La locomotiva del sistema è come noto la sua capacità di esportare, una sorta di miracolo italiano che ha portato alle casse del Paese oltre 40 miliardi di euro di esportazioni, accelerando rispetto ad altri comparti economici con una performance che ha portato in dieci anni ad aumentare di quasi il 50% il nostro export complessivo. Crescono al contempo anche le eccellenze che tutto il mondo ci riconosce: il sistema delle denominazioni di origine protette, per esempio, nelle diverse filiere di eccellenza: ortofrutta, formaggi, vini, salumi. Analogamente esportiamo nel mondo i grandi marchi dell’industria alimentare italiana e delle ricette tipiche, dalla pasta al pandoro, dalle conserve al tortellini. Non va trascurata, anzi, merita un ruolo centrale, tutto il sistema di ristorazione e di accoglienza che ha esaltato e promosso la cucina italiana nel mondo e la capacità di ospitare con eleganza e simpatia.

ANCORA oggi molti dei nostri ristoranti sono citati nelle guide turistiche mondiali come luoghi di culto da visitare alla pari delle tante eccellenza storiche paesaggistiche italiane. Valutato nel suo complesso quindi il sistema agribusiness è giustamente da considerare con orgoglio un patrimonio economico del nostro Paese. Probabilmente questo ruolo di ‘artigiani dell’eccellenza’ è percepito più all’estero che da noi italiani. Se chiedete a un imprenditore del settore agro-alimentare l’accoglienza che riceve ogni volta che promuove i suoi prodotti nel mondo, vi confermerà che è stupefacente osservare come ispiriamo simpatia ed ammirazione per ogni nostro ricetta, vino o cibo, che proponiamo per le tavole internazionali. Del resto siamo agevolati da un mix vincente che, forse, utilizziamo ancora solo in parte; siamo infatti un Paese che accoglie centinaia di milioni di turisti ogni anno, con numeri record per città e luoghi di villeggiatura che crescono di anno in anno. Un mix quindi eccezionale di cultura, paesaggio, storia, cucina e turismo e perché no, della simpatia italiana, sorregge l’agroalimentare del nostro Paese.

Davide.gaeta@univr

Di |2019-07-08T10:07:54+00:0008/07/2019|Focus Agroalimentare|