Le detrazioni fiscali per la sanità
premiano i redditi medio-alti
«Un meccanismo da rivedere»

Claudia Marin
ROMA

LE deduzioni fiscali previste per chi aderisce a fondi sanitari integrativi hanno un vantaggio pro-capite per i cittadini superiore al 50% (55,37%) rispetto alle detrazioni sanitarie. Queste ultime hanno un costo per le casse dello Stato di poco inferiore a 3,5 miliardi di euro, più del doppio rispetto a quello sostenuto per le deduzioni della sanità integrativa (circa 1,3 miliardi), e producono effetti decisamente negativi sia dal punto di vista redistributivo sia sul piano sociale. A giungere a queste conclusioni sono i ricercatori che hanno curato il confronto tra le due forme di sgravi tributari nell’ultimo Rapporto Rbm Salute-Censis.

DUNQUE, quasi l’80% (77,91%) dei costi sostenuti da tutti i cittadini attraverso l’imposizione tributaria per garantire le risorse necessarie al funzionamento del meccanismo delle detrazioni sanitarie va a beneficio dei cittadini con redditi medio-alti, superiori a 60.000 euro (oltre il 50% per i cittadini con redditi superiori a 100.000 euro). A livello territoriale, invece, quasi il 65% di questi costi viene assorbito dalle regioni del Nord, e meno del 15% dalle regioni del Sud e delle isole. «Il meccanismo delle detrazioni sanitarie – spiega Marco Vecchietti, amministratore delegato di Rbm Assicurazione Salute – è più costoso, regressivo e diseguale territorialmente rispetto a quello degli oneri deducibili applicato alla sanità integrativa. Si tratta, per di più, di un meccanismo generalizzato che non prevede alcun collegamento tra l’effettiva necessità di integrare i livelli assistenziali garantiti dal Servizio sanitario nazionale e il sostegno al reddito del cittadino rischiando, potenzialmente, di favorire anche possibili forme di ‘overtreatment’ e, quindi, di potenziale inappropriatezza.

IL MECCANISMO delle detrazioni sanitarie riguarda oltre 18,6 milioni di persone e intercetta un ammontare di spesa sanitaria privata pari a circa 18,5 miliardi di euro; il costo per la finanza pubblica è di poco meno di 3,5 miliardi di euro, corrispondente a un prelievo di 85,39 euro per ciascun contribuente, con un vantaggio medio pro capite di 58,18 euro per cittadino. Il sistema delle deduzioni per la sanità integrativa riguarda poco meno di 11,7 milioni di persone e intercetta un ammontare di spesa sanitaria privata pari a circa 6,4 miliardi di euro; il costo per la finanza pubblica è di poco meno di 1,4 miliardi di euro, corrispondente a un prelievo di 107,80 euro per ciascun contribuente, con un vantaggio medio pro capite di 105,07 euro per cittadino.

«SVILUPPARE la sanità integrativa che beneficia anch’essa di un regime agevolato, mediante lo strumento degli oneri deducibili ma esclusivamente sulle contribuzioni versate – spiega Vecchietti – ridurrebbe il costo che lo Stato sostiene sul fronte delle detrazioni (anche perché come noto le prestazioni sanitarie rimborsate dalle compagnie assicurative e dai fondi sono indetraibili), assicurerebbe maggiore uguaglianza anche nell’accesso alle cure private e finalizzerebbe il supporto della finanza pubblica alle sole prestazioni sanitarie ritenute integrative e/o complementari al Servizio sanitario nazionale. Peraltro, la necessità di presentare prescrizioni sanitarie e fatture alle forme sanitarie integrative per ottenerne il rimborso, garantirebbe un miglior controllo in termini di appropriatezza ed un più efficace contrasto dell’elusione/evasione in sanità privata, con un potenziale recupero di base imponibile stimabile tra i 6 e gli 8 miliardi di euro».

DA QUI la proposta di valutare una riorganizzazione dell’impianto fiscale della spesa sanitaria privata che veda «un trasferimento delle risorse attualmente allocate per finanziare il funzionamento delle detrazioni sanitarie, assolutamente inefficiente sia a livello economico sia a livello sociale, a sostegno di un sistema di sanità integrativa ‘diffusa’ che garantisca ai cittadini – soprattutto nel momento del bisogno e/o in condizioni di maggiore fragilità – di poter fare affidamento su di un’integrazione adeguata del Servizio sanitario nazionale senza aggravarne ulteriormente i costi».


I vantaggi del salario minimo
«Un argine alle finte cooperative
e ai contratti collettivi pirata»

Luigi Manfredi
ROMA

«IL SALARIO minimo? «Occorre una proposta ben dettagliata, parlare di solo costo orario non ha senso». Paolo Stern, esperto diritto del lavoro e presidente della società di consulenza aziendale NexumStp che conta oltre 5mila clienti in Italia, analizza uno dei temi caldi del dibattito politicoeconomico, ennesimo motivo di scontro nel governo giallo-verde.

Dottor Stern, par di capire che secondo lei le proposte sul tavolo dettagliate non siano affatto…

«Al momento quelle in campo non sembrano esserlo, prima di tutto perché non si tiene conto della composizione del salario contrattuale, che prevede non solo una retribuzione diretta ma anche retribuzioni differite (tredicesima, quattordicesima, tfr, permessi, ferie ecc..). Senza questo chiarimento parlare di solo costo orario non ha senso. Inoltre non appare ben specificato poi se la tariffa prevista si debba considerare al lordo di ritenute previdenziali e fiscali (come dovrebbe essere per avere un valore unico per tutti e fisso)».

Ad oggi la determinazione del salario minimo è lasciata alla giurisprudenza e alla contrattazione collettiva. Nel disegno di legge in discussione lei vede un rischio paradossale. Quale?

«Il disegno di legge prevede un salario minimo orario di 9 euro al netto delle ritenute previdenziali che corrisponde a circa 10 euro lordi e 13 euro di costo azienda (considerando solo il carico diretto dei contributi mensili e non il peso delle mensilità aggiuntive e del tfr). Per come è scritta la proposta, molti contratti collettivi, anche molto noti e diffusi (per esempio i metalmeccanici) avrebbero alcuni livelli salariali sotto soglia, il che francamente sembra una situazione paradossale perché in quei casi la tariffa contrattata dalle parti sociali è stata definita equa dalla magistratura del lavoro ».

Affrontiamo il tema dal duplice punto di vista: costi per le imprese e salario netto per i lavoratori.

«Se un’impresa che applica un contratto collettivo regolare vedesse crescere il costo del lavoro a ragione del salario di legge, verrebbe ingiustamente penalizzata e pertanto bisognerebbe prevedere un meccanismo correttivo. Si potrebbe ipotizzare un credito d’imposta che sterilizzi il maggior costo. Insomma, i costi contrattuali sono a carico dell’impresa ma se il legislatore vuole modificare dinamiche di mercato è giusto che il maggior costo sia fiscalizzato. Quanto poi al lavoratore, se l’operazione non si accompagna ad una revisione delle imposte sui salari potrebbe essere di pura facciata, poiché al crescere del salario lordo la crescita del salario netto non è né scontata, né proporzionale».

Com’è la situazione in Europa?

«Il tema è affrontato in modo differente tra Paese e Paese. La maggioranza degli Stati registra la presenza di retribuzioni minime inderogabili stabilite dalla legge. Dei 28 Stati membri, 22 hanno istituito il salario minimo. Fanno eccezione Italia, Danimarca, Cipro, Austria, Finlandia e Svezia. La paga minima mensile varia dai 235 euro della Bulgaria ai 1.999 euro del Lussemburgo ».

Quali ambiti dovrebbero essere esclusi?

«Il salario minimo coinvolge tutti i rapporti di lavoro subordinati e parasubordinati co.co.co. Non dovrebbero entrare nel campo di applicazione i contratti di apprendistato, perché il datore di lavoro ha un onere della formazione, e i rapporti di lavoro domestico. Il ministero del Lavoro, sentite le parti sociali, dovrebbe poter introdurre con proprio decreto singole esclusioni, anche temporanee, dell’applicazione della norma per settori specifici e/o per aree geografiche caratterizzate da tassi di disoccupazioni più elevati della media nazionale ».

Gli elementi positivi del salario minimo?

«Superare la dicotomia tra rapporti di lavoro supportati dalla contrattazione collettiva e quelli privi della stessa (es. co.co.co); fare argine alla diffusione dei cosiddetti ‘contratti collettivi pirata’; impedire il proliferare delle ‘finte cooperative’, miglior contrasto al caporalato ».

Quelli negativi?

«Rischio di un livellamento verso il basso del valore dei salari e rischio della messa in discussione della centralità del contratto nazionale di lavoro».

Commercio e diritti di BRUNETTO BOCO (*)
PASSI AVANTI SULLE APERTURE

IL TEMA delle aperture domenicali degli esercizi commerciali al dettaglio da ormai più di 20 anni rappresenta uno dei temi più sentiti dalle lavoratrici e dai lavoratori del settore. Fu infatti nel 1998 che con il decreto Bersani vennero riconosciute per la prima volta un minimo di 13 deroghe annue all’obbligo di chiusura domenicale e nei festivi da stabilirsi a cura di regioni e comuni. Salvo ulteriori deroghe nelle zone turistiche e per i centri storici delle città d’arte, il che diede la stura a comportamenti emulativi e a scelte assai discutibili. Già queste norme determinarono un rilevante peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei dipendenti delle aziende commerciali. I grandi gruppi, d’altra parte, decisero immediatamente di sfruttare al massimo le opportunità di apertura offerte dalle nuove norme, che si presentavano come un potente strumento di concorrenza nei confronti delle imprese piccole e piccolissime del dettaglio. Più di un decennio dopo, con il cosiddetto ‘Decreto salva Italia’ del dicembre del 2011 il governo Monti aprì la strada a una scellerata liberalizzazione totale delle aperture e dei regimi di orario commerciale: in pratica alle imprese venne consentita sull’intero territorio nazionale l’apertura per 365 giorni all’anno e 24 ore al giorno, spacciando tale misura come indispensabile per il rilancio dei consumi delle famiglie.

MENTRE il risultato è stato solo quello del moltiplicarsi delle crisi aziendali, con lo svilupparsi di un mercato anarchico nel quale sono stati premiati i comportamenti al limite della legalità e puniti gli operatori commerciali meno spregiudicati, sia di piccole sia di grandi dimensioni. Il governo attuale ha proposto di intervenire di nuovo nella materia. Più di un gruppo parlamentare ha presentato una sua iniziativa specifica. A febbraio scorso è stato predisposto un testo unificato, che prevede in sostanza, salvo ulteriori eccezioni per centri storici e città turistiche, una possibilità di deroga per 4 festività all’anno e per un numero di domeniche di apertura compreso tra un minimo di 8 e un massimo di 26 da decidersi annualmente da parte delle regioni dopo un confronto con le parti sociali del settore. Pur con i suoi limiti, si tratta, rispetto al regime attuale, di un un passo in avanti, soprattutto in quanto consente una programmazione a livello territoriale.

D’ALTRO canto, come organizzazioni sindacali, non possiamo non convenire sulla necessità che la politica si preoccupi di ristabilire condizioni di corretta concorrenza, a vantaggio dell’intera collettività e della stessa filiera distributiva e commerciale. L’intervento sui regimi di apertura e di orario del commercio costituisce infatti solo un aspetto del problema. Sarebbe necessario e urgente che s’intervenisse anche per impedire che alcuni colossi multinazionali della distribuzione, in particolare online, sfruttino condizioni di vantaggio competitivo illegittimo che consentono loro di operare in un regime di sottocosto strutturale.

* Segretario generale della Uiltucs