ASSET MANAGEMENT

Il portafoglio ideale di Amundi
«Evitate le zone calde del mondo
E diversificate gli investimenti»

Luigi Manfredi
MILANO

IMERCATI internazionali stanno vivendo un periodo di estrema volatilità che moltiplica le difficoltà di investire il risparmio in sicurezza. È utile allora avere una bussola per calibrare al meglio i propri investimenti. Ci aiuta Francesco Sandrini, Head of multi-asset balanced, income and real return di Amundi.

Sandrini, qual è la regola d’oro?

«L’approccio migliore è il bilanciamento dei rischi. Seguire il principio della diversificazione per evitare concentrazioni eccessive di rischio in portafogli. Evitare le posizioni eccessive su aree interessate da rischi geopolitici, mantenere profili bilanciati a basso rischio (10-30% di esposizione azionaria) premiando i mercati e settori difensivi (Stati uniti, Gran Bretagna, Svizzera), con durata limitata degli investimenti obbligazionari (evitare scadenze lunghe) e limitato rischio di credito, specialmente nei comparti a più alto rendimento come High yield e mercati emergenti».

A cosa bisogna stare più attenti?

«Il nostro punto fondamentale di attenzione è legato al fatto che ci troviamo nell’ultima fase di un ciclo pluriennale di espansione monetaria sincronizzata. L’enorme stimolo monetario ha sicuramente determinato una crescita ciclica di cui stiamo ancora vedendo gli effetti ma che, tuttavia, ha iniziato a mostrare i primi sintomi di rallentamento».

Azioni, obbligazioni, componente monetaria, liquidità: quali asset sono preferibili?

«Il comparto azionario è ancora relativamente attraente. Persistono fattori in grado di generare fiammate di volatilità, perciò rimaniamo costruttivi sul comparto azionario, seppure su livelli di esposizione più bassi rispetto agli ultimi due anni. Preferiamo un’esposizione difensiva, con sovrappesi su Stati Uniti e un approccio generalmente cauto sui mercati emergenti. Relativamente al comparto obbligazionario governativo, manteniamo livelli contenuti di esposizione ai tassi europei, siamo generalmente più costruttivi sulla curva americana. Sul settore del credito manteniamo un approccio molto cauto e selettivo ».

Conviene ancora puntare sui mercati emergenti?

«Crediamo convenga ancora, da un punto di vista strategico e di lungo periodo. La situazione nel breve periodo, tuttavia, è tutt’altro che semplice. I mercati emergenti soffrono tassi americani al rialzo e un dollaro in rafforzamento ».

Il settore immobiliare è in ripresa: meglio il mattone o prodotti finanziari?

«Come sempre è difficile generalizzare. Paesi come la Germania sono stati supportati da un’economia in pieno impiego e ingenti flussi migratori generando un sostanziale apprezzamento di tutto il comparto immobiliare residenziale negli ultimi 5 anni. In generale, tutti i Paesi che hanno sperimentato alti livelli di occupazione e tassi bassissimi hanno assistito ad un generale apprezzamento del comparto. In Italia il settore immobiliare residenziale ci appare con prospettive meno interessanti ».

I beni rifugio come l’oro e i diamanti: pro e contro di un investimento di questo tipo.

«I beni rifugio fisici come l’oro sono in questa fase da trattare con estrema cautela. Hanno una doppia natura di beni, ma anche di valute. Inoltre esiste un mercato di oro fisico (largamente dominato da Cina e India) ed un mercato enormemente superiore di oro ‘finanziario’. Non vediamo le prospettive per l’oro particolarmente interessanti nel breve, ma riteniamo possa conservare in caso di crisi finanziarie un buon valore nel diversificare».

E i titoli di Stato?

«Essendo i titoli di Stato promesse di flussi di capitale futuri con nominali prefissati, questo investimento, anche se tenuto fino a scadenza, ha senso in presenza di determinate condizioni di stabilità finanziaria, di assenza di incertezze valutarie e inflattive che ne pregiudichino il potere di acquisto ».

Contro corrente di ERNESTO PREATONI
UNA QUESTIONE DI AFFIDABILITÀ

MI CHIEDO SEMPRE se politici e commentatori guardino i numeri prima di parlare. La riflessione mi è venuta spontanea assistendo alle liti esplose in Italia dopo la decisione di Macron (nella foto) di portare il deficit al 2.8% dal 2,6% per finanziare un grande piano di tagli fiscali, mentre all‘Italia sarebbe vietato arrivare al 2,4%. Premetto che approvo la decisione del presidente francese, come sempre quando si parla di riduzione delle tasse. Nei nostri palazzi del potere e dell’informazione è scoppiata, invece, una polemica furibonda. Il governo gialloverde ha approvato la scelta di Macron dicendo che, se lo facevano i francesi, potevamo farlo anche noi, portando la soglia del deficit al 2,4%. Gli eurofanatici sono insorti, dicendo che la soglia dell’1,6% non poteva essere superata. Quasi fosse la linea del Piave. È stucchevole lo scontro su qualche decimale, come se il futuro dipendesse da questo. Il discorso sull’affidabilità dei due Paesi merita una riflessione.

LA FRANCIA, in base ai fondamentali, non si può permettere di alzare il deficit e quindi è giusto che, se lo fanno loro, venga concesso anche a noi. Ma il debito francese è del 97% contro il 132% dell’Italia rispondono subito i contrari. Vero, ma fino a un certo punto. In valore assoluto la distanza non è grande: 2.100 miliardi loro contro 2.300 miliardi. Inoltre il debito totale della Francia (pubblico e privato) è del 330% contro 300%. Se poi consolidiamo il debito pubblico con la ricchezza privata, l’Italia è in larghissimo avanzo. La Francia meno. Parigi da anni supera il 3%. Noi da vent’anni presentiamo un avanzo primario. La Francia cresce quanto noi e forse qualcosa meno: 0,2% mediamente negli ultimi due trimestri contro 0,3%. Ma soprattutto noi abbiamo un avanzo di partite correnti piuttosto consistente: la Francia no. E allora da imprenditore abituato a valutare i bilanci mi chiedo: chi è più affidabile? Un’azienda che ha un debito inferiore, ma perde (la Francia) o chi ha più debito, ma è in utile (l’Italia)? Vorrei che qualche solone mi rispondesse.

Di |2018-10-02T09:24:16+00:0001/10/2018|Dossier Economia & Finanza|