Bonomi spinto dal vento del Nord
Al grido di «Milano non è Roma»
lancia il federalismo industriale

Achille Perego
MILANO
LO AVEVA SCRITTO nel programma e lo ha ribadito anche il 12 giugno, giorno in cui, nell’inedita cornice del teatro alla Scala, Carlo Bonomi è stato eletto, quasi all’unanimità, dall’assemblea presidente di Assolombarda succedendo, per il quadriennio 2017-2021, a Gianfelice Rocca, uno dei suoi principali sponsor, insieme con Diana Bracco, nel candidarlo alla guida della più importante associazione territoriale di Confindustria. Bonomi, pur senza strappi con Roma e con il presidente Vincenzo Boccia (anche se Assolombarda non era stata tra i suoi grandi elettori preferendo l’antagonista Vacchi) vuole giocare un ruolo sempre più indipendente sotto il segno di quello che potrebbe essere definito un federalismo imprenditoriale del Nord. «Roma non è Milano, la Lombardia e il Nord. Come Roma non è il Sud, chiamato a uno sforzo e a strumenti straordinari» era la frase chiave del programma di Bonomi che chiama le associazioni dei territori ad avanzare proposte sul almeno tre punti: Industria 4.0, fisco e politiche attive del lavoro inserendoli, superando gli ostacoli nazionali, nel contesto lombardo.
UN PROGRAMMA di svolta che Bonomi è pronto ad attuare insieme con la nuova squadra di Assolombarda composta, a livello di vicepresidenze da Alessandro Spada (vicario), Antonio Calabrò (Pirelli), Mauro Chiassarini (Bayer), Fabrizio Di Amato (Maire Tecnimont), Carlo Ferro (StMicroelectronics), Giuseppe Fontana (Fontana Luigi), Pietro Guindani (Vodafone Italia) ed Elena Zambon (Zambon). Vicepresidente è il suo sfidante, il brianzolo Marco Dell’Orto che nella corsa persa alla presidenza di Assolombarda era stato sostenuto da nomi forti come Emma Marcegaglia e Giorgio Squinzi, e dagli imprenditori che avrebbero preferito la vittoria di un industriale metalmeccanico leader, con l’omonima impresa, nella produzione di carburatori, compresi quelli della Moto GP. Dell’Orto, uscito dalla porta, è rientrato dalla finestra essendo stato rieletto alla guida del presidio dell’associazione di Monza e Brianza confluita, non senza qualche mal di pancia, in Assolombarda. Bonomi, imprenditore manifatturiero nel ramo biomedicale con un’impresa da circa 16 milioni di euro di fatturato (Synopo) non solo è chiamato a riunire le diverse anime di Assolombarda ma soprattutto dettarne la nuova linea. Convinto, spiega «che in Italia Milano e la Lombardia sono tornati a trainare l’economia. Un risultato frutto di diversi fattori: dal polo tecnologico-scientifico post Expo al 76,3% delle imprese del nostro territorio che esporta. Qui a Milano e in Lombardia vive la fiducia per un ritorno a tassi di crescita intorno al 2% annuo nazionale. Ma molto resta da fare»».
E QUEL MOLTO da fare, preso atto delle differenze geografiche ed economiche dell’Italia, con un gap che in questi anni di crisi è diventato sempre più ampio tra Nord e Sud, deve tenere conto della specificità del territorio lombardo. «Aver abbandonato la spending review – avverte Bonomi – è stato un errore». Così il total tax rate sulle «nostre imprese» è al 64,8%, in Austria al 51,6 e in Svizzera (che lancia continuamente sirene agli industriali lombardi per spingerli a spostare lì le produzioni) al 28,8%.
PER QUESTO, tra le priorità di Bonomi e di Assolombarda c’è il rilancio della riforma dell’Irpef che è stata abbandonata. «E’ assolutamente necessario razionalizzare i diversi regimi di tassazione sul reddito delle persone fisiche e delle imprese rivedendo il perimetro dello Stato e introducendo un’imposta negativa per i bassi redditi: su questo – spiega Bonomi – lanceremo un’iniziativa di confronto in tutto il Nord, perché senza toccare l’Iperf il fisco non viene restituito alla sua finalità di volano ma continua a essere ostacolo della crescita». Ma Bonomi immagina anche un nuovo metodo operativo per Confindustria (appunto perché Milano non è Roma e il Nord non è il Sud) e per questo si confronterà con tutte le territoriali del Nord in materie come le politiche attive del lavoro, il fisco, le partnership d’impresa. Senza voler mettere in discussione l’unità dell’associazione di viale dell’Astronomia ma rilanciando un modo di affrontare (a pochi mesi anche dal referendum sul federalismo lombardo voluto dal governatore Maroni) la questione settentrionale in modo distinto da quella meridionale.


G7 Dai ghiaccioli alle vaschette, fino al GelatoMadre

BOLOGNA
ALLA SOGLIA dei 30 milioni di euro di fatturato, con una crescita costante nel tempo, impianti produttivi e logistici recentemente rinnovati, la G7 Gelati è un’azienda fortemente radicata nel territorio bolognese. «Questo legame è caratterizzato essenzialmente dai nostri 120 dipendenti che riescono a trasferire il fattore umano in una produzione dove gli aspetti artigianali e manuali prevalgono su quelli tecnologici e meramente industriali», racconta il presidente Gabriele Visani. Negli anni ’60-‘70 l’ azienda si occupava di produzione ghiaccioli. Era una attività legata strettamente al clima. Il ghiacciolo era un prodotto povero la cui produzione era di difficile programmazione: tanti rischi e pochi onori. Negli anni ’80, il passaggio generazionale tra il padre di Visani e i fratelli e le cose cambiano. «Iniziammo a produrre gelati e decidemmo di specializzarci solo nelle vaschette – aggiunge Visani –. Da subito abbiamo sempre avuto l’ambizione e l’orgoglio di fare un gelato in vaschetta diverso da quello delle grandi multinazionali, valorizzando la nostra vocazione artigianale e di attenzione al dettaglio. Da lì la scelta di riempire e decorare manualmente il gelato delle nostre vaschette creando la qualità ed il gusto G7, un prodotto cremoso e dal gusto più vicino al gelateria che all’industria».
CON LORO arriva il barattolo in polistirolo, sul mercato G7 impone la confezione Crystall trasparente. Alla fine degli anni ’90 l’azienda diventa produttrice della private label Coop; seguiranno Conad e molti altri, ma soprattutto l’azienda con i suoi brand inizia ad avere una visibilità nazionale. «Siamo stati i primi ad introdurre sul mercato i gelati variegati e farciti (i cosiddetti arricchiti), negli ultimi anni abbiamo creduto nella riscoperta dei gusti tradizionali (nocciola, fiordilatte, pistacchio), creando GelatoMadre, una linea di prodotti con etichetta corta e tracciabilità delle materie prime oggi presente nelle principali insegne nazionali o il progetto 100% Biologico, dove anche l’imballo è totalmente compostabile», continua Visani. Tutto questo è stato accompagnato dalla ricerca di standard produttivi in linea con le esigenze di un mercato sempre più attento alla tutela del consumatore da cui la volontà di G7 di certificare questo percorso (dalla certificazione di qualità ISO 9002 nel 1999 a tutte le certificazioni successive). L’export sta diventando sempre più importante; se nel 2016 ha rappresentato il 35% del fatturato G7, l’obiettivo dichiarato è di arrivare al 50%. «Il mercato del gelato, soprattutto nell’esportazione – conclude Visani – è ancora ampio e offre tante opportunità. La mia ricetta per prevenire la depressione dell’imprenditore è concentrare le forze sul prodotto, sulla sua innovazione, e cercare di capire i mercati di destinazione in modo da offrire prodotti adeguati».