ANCHE L’EXPORT SI MUOVE

Pasqua, la dolcezza è un affare
Uova di cioccolato e colombe
il goloso tesoro da 50 milioni

MILANO

SCOPRIRE la sorpresa delle uova di Pasqua è un’attività a cui gli italiani non rinunciano. In questi giorni, negozi e punti vendita si popolano dei prodotti tipici di questa festività. E anche quest’anno si calcola che il giro d’affari dei dolci pasquali aumenterà ancora rispetto all’anno scorso: in particolare, si parla di circa 30 milioni di euro per le uova di cioccolato e di 24 milioni per i lievitati, come le tradizionali colombe. Tra questi, un incremento importante sarà quello delle produzioni artigianali: la Cna, infatti, calcola che almeno quattro famiglie su dieci sceglieranno per le festività un uovo di cioccolata o un lievitato acquistato direttamente da un fornaio o da una pasticceria. Per una colomba artigianale, continua la Cna, la spesa media è sui 40 euro, ma sempre più spesso le proposte degli artigiani mini colombelle, a misura del consumatore ‘single’.

CRESCONO anche i prezzi, osserva Federconsumatori: le uova di Pasqua rincarano dell’1% se di marca – per un uovo di cioccolato piccolo l’associazione stima un prezzo di 11,70 euro che diventa di 16,20 euro per un uovo medio – mentre gli ovetti quest’anno costano oltre 29 euro al chilo, con un rincaro del 3% rispetto allo scorso anno. Una colomba pasquale costa poco più di 8 euro (più 2% rispetto al 2017) mentre una colomba farcita costa oltre 11 euro (più 3%) e una colomba senza glutine ha un prezzo di 17,99 euro.

IL MERCATO vede anche l’aumento delle esportazioni. Anche se non c’è un dato complessivo, sono diverse le aziende che annunciano un buon andamento dell’export. Tra queste, c’è Maina. «Fino a qualche anno fa la colomba era un dolce del tutto sconosciuto al di fuori dell’Italia – spiega Marco Brandani, ad di Maina –. Da un po’ di tempo però le cose stanno cambiando e quest’anno, ad esempio, alcuni importanti marchi della grande distribuzione inglese hanno cominciato a crederci per davvero, chiedendoci di realizzare in esclusiva dolci da vendere a loro nome, da proporre sugli scaffali accanto alle colombe a marchio Maina. Questo sta contribuendo in maniera decisiva alla crescita del 20% delle nostre esportazioni pasquali rispetto al 2017, pur restando comunque su volumi meno significativi rispetto ai dolci natalizi». Gli acquisti cambiano anche qualitativamente: i consumatori sono sempre più attenti alla genuinità dei prodotti e al salutismo, e anche il settore dolciario ne deve tenere conto. Un must 2018, ad esempio, è il lievito madre, spesso tramandato da generazioni di fornai e pasticceri, per una lievitazione di 36 ore. Ad esempio, Andrea Ceracchi della pasticceria Maciste a Cori (Latina) lascia a riposo il lievito madre sei mesi in sacchetti di tela tra le vigne dell’azienda biologica di Marco Carpineti per arricchire la carica aromatica. A Pompei, Marco De Vivo propone la «colomba-zeppola», un dolce barocco che fonde i dolci della Pasqua con la festa di San Giuseppe. Anni di ricerca hanno permesso a Giuseppe Mascolo di mettere a punto l’impasto della colomba col caffè, mitigando l’azione dell’aminoacido della miscela Arabica Columbia.

C’È SPAZIO anche per le ultime mode, come il crudismo: l’applicazione di questa teoria alimentare alla lavorazione della cioccolata può salvare oltre 800 micronutrienti, regalando un cioccolato con ottimi livelli di antiossidanti naturali. Questo, ovviamente, presuppone che e fave di cacao non vengano tostate, come accade tradizionalmente, ma lasciate lentamente essiccare, consentendo alle proprietà del cacao di conservarsi al meglio. In questo modo non si parla solo di qualità per il palato, ma anche per la salute degli amanti del cioccolato.

 

L’uomo è ciò che mangia
di DAVIDE GAETA

IL MONDO È CAMBIATO
HA NUOVE BARRIERE

LA CRONACA recente sulla guerra dei dazi tra Usa e Cina, con l’Europa apparentemente a guardare perché esclusa dai balzelli, riporta al centro dell’attenzione il problema delle forme di protezionismo, che colpiscono anche il sistema agroalimentare. Un problema che le imprese e i consumatori sono costretti ad affrontare. Il tema delle barriere commerciali è un tema complesso. Occorre ricordare che, nel vecchio mondo del commercio, i sistemi di produzione erano nazionali e gli ostacoli agli scambi riguardavano le protezioni rivolte per lo più ai competitor stranieri. Al contrario, nel nuovo mondo, la produzione è transnazionale, si muove lungo le catene di approvvigionamento globali di beni e servizi, dentro le quali gli ostacoli agli scambi riguardano la protezione del consumatore da rischi che, in passato, erano ritenuti meno importanti.

SI OSSERVA infatti che ci stiamo muovendo da forme di barriere basate su sistemi, quali le quote, le tariffe e i sussidi, a forme nuove di gestione di protezionismi, adducendo rischi connessi alla sicurezza, salute e sostenibilità ambientale dei beni. Questa è una nuova versione della vecchia divisione scolastica, tra forme di barriere tariffarie e le misure non tariffarie. Del resto, si osserva un progressivo incremento della complessità data dalle politiche che tendono a distorcere i modelli di commercio internazionale, tramite il formarsi di blocchi economici e politici di forti dimensioni e nuove forme di organizzazione commerciale. Si pensi solo all’Unione Europea passata dai 6 originari a 28 Paesi membri. In tutto ciò un ruolo importante è stato affidato ai cosiddetti round dell’Organizzazione del commercio internazionale, dove in passato i giocatori dell’arena sono stati, da un lato, il grande Paese importatore (l’Europa) e, dall’altro, il più grande esportatore (Stati Uniti). Le cose negli ultimi 20 anni sono molto cambiate. La politica agricola comunitaria ha trasformato l’Ue in un grande esportatore. Nel palcoscenico degli scambi si sono inoltre affacciati nuovi attori. A Doha, i Paesi in via di sviluppo sono diventati giocatori più importanti e si è assistito ad un confronto tra India, Usa e Ue, che ha fatto affondare il pacchetto di Bali nel 2014. Grandi Paesi in via di sviluppo, come l’India e la Cina, stanno ora sovvenzionando l’agricoltura nazionale e si stanno muovendo verso il protezionismo. Ciò cambierà nuovamente la struttura dei mercati agricoli internazionali. Gli scenari politici ed economici mutano, dunque e, con essi, le forme di protezionismo e di barriere.

davide.gaeta@univr.it

 

 

Di | 2018-05-14T13:14:08+00:00 27/03/2018|Focus Agroalimentare|