Una poltrona scomoda per tre
«Confindustria deve essere
un’associazione regionale»

CASOLE D’ELSA (Siena)

DA POCHI mesi Paolo Campinoti, ad di Pramac, ha assunto la carica di presidente di Confindustria Toscana sud. «In un momento difficile per le imprese, mi hanno coinvolto in tanti e ho deciso di impegnarmi», dice lui, pur pressato dalle incombenze di un’azienda con 800 dipendenti (240 in Italia) e interessi in tutto il mondo, oltre alla direzione della squadra del motomondiale. Ora guida una realtà associativa che, quasi per paradosso, vorrebbe lasciarsi alle spalle: «Va bene mantenere una rappresentanza territoriale, ma la Confindustria dovrebbe essere regionale. Ormai il livello di interlocuzione di un’azienda è Europa, Stato, Regione. Non si riesce a fare per la difesa di feudi locali che nel 2018 sono del tutto anacronistici».

Questo è un problema?

«Certo. Non ha più senso fermarsi al livello provinciale, peraltro svuotato di poteri dalle varie riforme. Ogni azienda ha come primo interlocutore la Regione per le politiche industriali e le infrastrutture. Lo sappiamo bene noi che assistiamo alle enormi difficoltà di questo territorio e al grave handicap sui collegamenti».

Da cosa dipende?

«Da una scarsissima lungimiranza politica. Basta vedere la polemica totalmente anacronistica che riguarda l’aeroporto di Firenze. È incredibile che si pensi di affondarlo, quando è vitale per tutta la Toscana. Come a Londra, a Berlino e in tutta Europa, gli aeroporti sono vicini alla città. E a Firenze potrebbe essere ampliato benissimo in quella zona, ma evidentemente non c’è visione politica».

A proposito di politica e dei suoi effetti: lei ha più volte sostenuto la bontà del jobs act…

«Con il jobs act abbiamo avuto la possibilità di assumere 60 persone. Si sono finalmente definite regole di livello europeo».

Per i contrari però precarietà e rischio licenziamenti sono superiori ai vantaggi.

«Non è così, l’impresa non assume per licenziare, perché la forza lavoro è l’anima e il cuore di ogni azienda. L’unica maniera per crescere è farlo insieme al proprio personale. Poi si vivono alti e bassi ed è giusto avere un minimo di flessibilità. Da chi dice solo no, non ho sentito proposte migliori».

Orlando Pacchiani